Jobs act, sì della Camera: FI, Lega, M5S e 40 deputati Pd lasciano l’aula


poletti ministro

Il Jobs act passa alla Camera, che ora torna al Senato. Poco prima della votazione finale, tutti i deputati dell’opposizione – Forza Italia, lega e M5S oltre alla minoranza del Pd – hanno lasciato l’aula e non hanno partecipato alla votazione.

Il provvedimento è passato con 316 sì e 6 no. Quaranta deputati del Partito democratico (su un gruppo di 307 componenti) non hanno votato il Jobs act, due hanno detto no al testo, altri due si sono astenuti. I no sono quelli di Giuseppe Civati e Luca Pastorino. Astenuti i civatiani Paolo Gandolfi e Giuseppe Guerini. Hanno votato no rimanendo in Aula anche Francesco Saverio Romano di Forza Italia e Gianni Melilla di Sel, mentre Massimo Corsaro, di Fratelli d’Italia-An, ha votato sì in dissenso dal gruppo.

Nel provvedimento sono stati precisati i termini delle tutele previste per i casi di licenziamenti per motivazioni economiche o disciplinari. Innovazioni, rispetto a quanto previsto dallo Statuto dei lavoratori, che riguardano le nuove assunzioni a tempo indeterminato, “a tutele crescenti” e che dovranno essere declinate nei decreti attuativi che, secondo gli impegni assunti dal Governo, dovranno entrare in vigore con l’inizio del 2015. È stata così esclusa «per i licenziamenti economici la possibilità di reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio» e limitato «il diritto di reintegrazione ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato.

Trenta deputati del dem hanno firmato un documento in cui spiegano le ragioni per cui non hanno partecipato al voto finale. Nonostante le modifiche apportate alla Camera, l’impianto della delega sul lavoro, viene spiegato, non è soddisfacente. Tra i firmatari figurano Cuperlo, Bindi, Boccia, Zoggia, D’Attorre.

Pippo Civati ha invece ha ribadito in aula il «profondo dissenso al voto del gruppo di cui faccio parte». «Il tema era dare un segno che si capisse all’esterno. Secondo me o si vota contro o si esce il messaggio è uguale».

«Nella delega non vi è alcun disboscamento dei contratti precari: i punti sul lavoro dipendente sono punti di arretramento rispetto al diritto dei lavoratori», ha affermato Fassina. «Si continua – ha aggiunto – a insistere sulla precarizzazione del lavoro per favorire la crescita: questo è disarmante, dopo tutto quello che è successo in questi anni si capisce che è una ricetta fallita».

Fassina ha riconosciuto che la mediazione ha migliorato il testo «ma – ha sottolineato – restano valutazioni negative sui punti decisivi». Mancano ad esempio le risorse per le politiche attive e passive, e gli stessi fondi per gli ammortizzatori nel 2015 sono meno di quelli per la cassa integrazione in deroga nel 2014. Critiche anche alle norme sui licenziamenti, sul demansionamento e sui controlli a distanza.

«Non parteciperò al voto – ha detto D’Attorre – perché nonostante il lavoro meritevole della commissione l’impianto della delega non è ancora soddisfacente ed è irrisolto il nodo delle risorse per gli ammortizzatori sociali».

Cartelli in Aula di M5S durante il dibattito finale. Al termine dell’intervento di Davide Tripiedi tutti i colleghi di gruppo hanno esposto dei fogli con la scritta «Licenziact». La presidente Laura Boldrini ne ha ordinato la rimozione ai commessi.

«Il Jobs Act è contro i diritti dei lavoratori e inutile per l’occupazione. Serve posizione netta di tutti quelli che non lo condividono. Lo scrive su twitter il coordinatore nazionale di Sel Nicola Fratoianni rivolgendosi ai parlamentari del Pd.