Ordine di arresto per il deputato Pd Genovese.


genovese pdCoinvolto in un’indagine su fondi destinati alla formazione, tra le accuse rivolte al democratico peculato e truffa

Grossi guai per il deputato del Pd Francantonio Genovese: il gip di Messina ha accolto la richiesta di arresto avanzata dalla procura nei suoi confronti nell’ambito di un’indagine sui fondi destinati alla formazione professionale. Sarà ora la Camera a decidere se autorizzare o meno l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare. Il provvedimento è stato inviato alla presidenza di Montecitorio.

L’onorevole è accusato di una serie di reati che vanno dall’associazione per delinquere al peculato, dalla truffa al riciclaggio fino al falso in bilancio. Secondo le indagini dei magistrati l’ex sindaco di Messina si sarebbe intascato, attraverso enti e società a lui riconducibili, sei milioni di euro di soldi pubblici destinati a finanziare la formazione. Nell’inchiesta sono coinvolte anche la moglie e la cognata di Genovese, entrambe arrestate nell’estate scorsa quando la Procura chiuse la prima tranche dell’inchiesta.

Altre quattro ordinanze di custodia, ai domiciliari, sono state notificate ad altrettante persone molto vicine al deputato democratico, con incarichi nel partito o negli enti e società controllate dal politico: si tratta di Salvatore La Macchia, Stefano Galletti, Roberto Giunta e Domenico Fazio. Anche in questo filone di indagine risultano indagati anche la moglie di Genovese, Chiara Schirò, la sorella di quest’ultima Elena assieme al marito, il deputato regionale del Pd Franco Rinaldi, e altre due cognate del parlamentare democratico.

Sarebbero una decina gli enti (no-profit) attraverso i quali il deputato democratico e il suo “clan” avrebbero percepito finanziamenti regionali, statali e comunitari. Soldi che sarebbero serviti, secondo le indagini, ad alimentare il bacino elettorale che negli anni ha garantito a Genovese migliaia di voti: alle primarie per il Parlamento nel 2012 fu il più votato d’Italia con quasi 20mila preferenze.

Questi enti si rivolgevano poi ad altre società, sempre riconducibili al deputato e dove sarebbero stati “sistemati” familiari, conoscenti o “amici di”, per avere servizi a prezzi esorbitanti, che consentivano di aumentare esponenzialmente i costi, in realtà mai sostenuti, che venivano rimborsati dalla Regione per lo svolgimento dei corsi di formazione professionale. Le ingenti somme percepite poi venivano giustificate rendicontando consulenze fittizie. Anche alcuni degli addetti alla sua segreteria politica sarebbero stati stipendiati dagli enti di formazione.