Il ‘labirinto alla Borges’ in salsa Fornero


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Di Giuseppe Morello

La riforma delle pensioni targata Fornero sembrava inizialmente un’autostrada rettilinea, in cui apparivano chiari i caselli di entrata e di uscita. Ora che la riforma va avanti, tra proroghe, deroghe e decreti attuativi, si è invece trasformata in un ‘labirinto alla Borges’ con finte uscite, curve a U, caselli che appaiono e scompaiono, corsie preferenziali arbitrarie, insomma un dedalo inestricabile persino per gli esperti.

Il risultato finale è quello tipico di un paese come il nostro, pignolo e quasi maniacale solo nel rispettare le eccezioni, e incapace di applicare regole valide per tutti. E così alla fine le pensioni d’oro dei manager non si toccano, ma quelle degli altri sì; dipendenti pubblici e privati hanno trattamenti diversi, per non parlare di quelli in bilico tra le vecchie e le nuove regole, che non sanno nemmeno di che morte moriranno.

A parte l’effetto guazzabuglio non proprio rassicurante per i cittadini, quello che pesa di più è il fatto che ovviamente in mezzo a mille deroghe ci ritroviamo una riforma che riserva trattamenti diversi tra figli e figliastri, provocando assieme al disagio sociale anche la rabbia di chi avverte disparità di trattamento anche molto vistose. Non so se c’è malafede, forse è solo confusione mentale o è l’effetto della pressione di categorie sociali in grado di “catturare il legislatore” imponendogli i propri desideri, a fronte di altri cui spetta il famigerato e ingrato destino del cucuzzaro. Resta il fatto che il risultato è tutt’altro che adamantino, e soprattutto iniquo.

Da un governo di politici pasticcioni ce lo si poteva anche aspettare. Ma da un governo di tecnici no.